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il sito non ufficiale dell' interismo moderno

qui dentro, nel migliore dei casi, potreste trovare
interismi assortiti, snobismi vari, pettegolismi generici, enteroclismi intellettuali, sinistrismi moderati, sessualismi carpiati, divagazionismi interiori (ho finito gli ismi, sennò continuavo)







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domenica, novembre 23, 2003
 

NICOLINO

15 anni fa il 23 novembre cadeva di mercoledì. Io ero stato assunto da due mesi, dopo un discreto periodo di abusivato. Quindi, come dire, non avevo la prosopopea di oggi, che abbraccio televisori, lecco monitor, urlo ad alta o bassa voce, smadonno interiormente o coram populo, sudo freddo, soffro come un cane, tengo contatti telefonici con altri nerazzurri padani, simulo rapporti sodomitici, mi nascondo al cesso o giro sulle televendite (secondo i miei sentimenti del momento) quando in tv c'è l'Inter. Pur notoriamente e smaccatamente interista, avevo un contegno simile a quello di Nino Manfredi in "Pane e cioccolata". Anzi, di più: cercavo di nascondere le mie pulsioni e tenere un comportamento da maggiordomo eterosessuale.

Comunque il 23 novembre era un mercoledì e lo squadrone di Trapattoni, che avrebbe poi vinto lo scudetto (l'ultimo, sigh) strapazzando chiunque, era in trasferta di Coppa Uefa a Monaco, chez Bayern, Olympiastadion, luogo sportivo di molti ricordi e suggestioni. Siccome avevo iniziato a lavorare davvero, si trattava di uno dei miei primi pesantissimi sacrifici calcistici. Mai e poi avrei perso una partita del genere, prima. Non avrei guardato in faccia a nessuno: amici, parenti, fighe. Mi sarei piazzato davanti al televisore con mezz'ora d'anticipo cercando la migliore angolazione della poltrona. Da un paio d'anni mi ero procurato una cuffia professionale con cui seguivo le partite con un mio personalissimo Dolby sorround, in un estraniamento così avanzato che se fosse arrivata Dalila Di Lazzaro nuda, e mi avesse fatto toc toc su una spalla, io manco mi sarei girato e avrei bofonchiato: "Non mi cagare il cazzo, dopo, dopo". Invece niente, basta, la giovinezza era finita. Ero in un ufficio, un monitor davanti, l'orecchio (e quando si poteva un occhio, e magari due) puntato al televisore. L'Inter entrava in campo all'Olympiastadion, temperatura meno 10, 70mila spettatori, il Bayern davanti, e io DOVEVO lavorare. Sì, la giovinezza era finita, ne avevo la conferma. Stop cazzeggio.

Primo tempo zero a zero, atmosfera da corrida, caccia all'uomo su Matthaeus, i ragazzi tenevano bene e io ormai avevo finito di lavorare. Siccome vivevo a 40 km. da lì, rimasi in ufficio a vedere la ripresa con qualche interista e gente di altre razze calcistiche, innatamente stronzi e menarogna. Fu così che al gol di Aldone Serena rimasi tanto sorpreso che quasi non esultai, scambiai un cinque coll'amico interista con cui vedevo il match e rimasi seduto già rassegnato ad aspettare l'assedio finale, convinto di dovere aspettare il solito 1-1 che comunque sarebbe stato un colpaccio. Poi successe quella cosa là.

Nicolino Berti, una di quelle immani teste di cazzo a cui non puoi non voler bene quando giocano nella tua squadra (con altre maglie sono i tipici giocatori che mandi in culo ogni tre minuti), prese palla dieci metri fuori dall'area dell'Inter, arpionando un passaggio sbagliato. E partì, come se dietro di lui Zenga avesse sparato un colpo con la pistola dello starter e lui stesse sognando di essere non al centro del campo del Bayern ma spostato cinquanta metri a destra, sulla pista, rettilineo opposto, scarpette chiodate, corsia quattro, finale olimpica. Nicolino era in mezzo al campo e partì senza nemmeno deviare un po'. Nicolino arava l'erba, Pizzul cominciava ad inquietarsi e io, il Nino Manfredi della Padania, quando il cavallino parmigiano si lasciò alla spalle il cerchio di centrocampo mi alzai dalla sedia perchè quello che stavo vedendo era troppo.

Nicolino ormai era alle porte dell'area opposta, il portiere stava uscendo come un forsennato e dietro ansimavano i difensori, compreso quel cristone di Augenthaler. Mi pareva troppo, sì, mi pareva troppo che dopo settanta metri in apnea Nicolino Lewis riuscisse anche ad infilare la porta, ormai preso in mezzo alla morsa del portiere e di un paio di maglie rosse pronte a falciarlo. Ma non era troppo. Tocco sotto, appena appena, mentre cade stremato. Diobono che gol. Vidi il replay abbracciato al mio amico, cui avrei anche messo la lingua in bocca se non avessi temuto il licenziamento per comportamento indegno.

Finita la partita guardai negli occhi il mio collega, seduto all'altro capo della scrivania con la mia stessa faccia da ebete, come due che avevano appena finito di limonare con Milly Carlucci e Dominique Sanda. Anche lui abitava fuori, ma faceva la mia stessa strada, doveva deviare solo 4 chilometri prima. "Senti, i miei hanno registrato la partita. Vieni a casa mia, ci rivediamo il secondo tempo, pane e salame, apriamo una bottiglia, poi andiamo a dormire". "E' una profferta". "Sì". Accettò. Andammo a casa mia a mangiare pane e salame. Il gol di Nicolino lo replicammo una decina di volte, tra rutti e sintomi di erezione.

Quindici giorni dopo, nella partita più incredibile e sventata e sfigata che io ricordi (5 maggio a parte), consentimmo ai crucchi di vincere 3-1 a Milano e di cacciarci fuori dall'Uefa. Vabbe', poi stravincemmo lo scudetto. Comunque il gol di Nicolino, se non si è capito, lo porto qui, nel mio tenero cuoricino. E' uno di quei brandelli di Inter che penzolano tra atri e ventricoli e ogni tanto, lanciando uno stimolo al cervelletto, azionano il tasto rewind.

Buttato giù come viene viene daSettore4Cfila72posto35 | 19:45 |