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sabato, ottobre 18, 2003
 

CITRONER EN FRANCE

Eppure a cena saremo stati un'ottantina o giù di lì. Poi puff, spariti tutti, chi a passeggiare, chi a telefonare, chi a scrivere, chi a leggere, chi a dormire. Al bar eravamo rimasti in cinque. Tre parlavano fitto tra di loro e se ne strafottevano della inconsueta situescion. Gli altri eravamo io e il mio amico, 115 anni in due, e siccome io non ne ho ancora 40 la ripartizione è presto fatta. Il mio amico, gambe accavallate, faceva ondeggiare il piede a testimonianza di una mai sopita passione per il jazz. Io mi ero preso un intero divano e, seduto nel mezzo, avevo steso le braccia lungo lo schienale. Complice un cognac, mi stavo rilassando parecchio. Il trio praticamente suonava per me e il mio amico. Lei, la ragazza, era teneramente inadeguata. Intonata sì, e anche volenterosa e appassionata, ma con un vocino cui mancava un po' di sostanza. Faccia smorta e vestito a lutto, avrà avuto 26 anni ma ne dimostrava 33. Il bassista era più alto del contrabbasso, aveva una bella faccia da studente di ingegneria elettronica in regola con gli esami, suonava in maniera molto diligente avrà avuto 24 anni e ne dimostrava 24, in ossequio a una mente ben disposta alla verità matematica. Il pianista invece era proprio bravo, senza condizioni, e quando la smortona ha smesso di cantare Summetime lui ha fatto un assolo di 10 minuti che mi ha fatto stare bene bene bene. Ma chi glielo insegnerà il jazz a questi francesini, e chi avrà scovato questo talentino provenzale? Boh. Lui avrà avuto 26 anni e ne dimostrava 19, ondeggiava il suo codino e faceva facce ispiratissime ancorchè inquietanti in quel facciotto da bambinone. Io mi rilassavo e lo invidiavo, il mio amico ondeggiava il piede e i tre stronzi là in fondo se ne fottevano senza tregua, lasciando a me il privilegio di essere l'unico spettatore vero del concerto, dando per scontato che il mio amico si sarebbe abbioccato prima o poi per motivi di tarda età e digestione lenta.

La cameriera andava e veniva senza costrutto, visto che i clienti erano cinque e uno di loro era stravaccato sul divano, come se la posizione quasi orizzontale consentisse alle note del pianoforte di penetrarlo meglio attraverso ogni pertugio disponibile. La cameriera, uì. Aveva poca varietà di movimenti e un culo veramente basso, ma anche un viso molto carino, una specie di Penelope Cruz francese e un po' schiarita. Io, dalla mia posizione un po' oscena, praticamente crocifisso sul divano, ogni tanto chiudevo gli occhi per sentire il flusso di note sparse e millilitri di cognac dall'alto verso il basso, un lento riappropriarsi della sensibilità agli arti inferiori che altro non poteva servire se non a godersi appieno l'anestesia successiva. Poi li riaprivo, i miei occhi pesanti, per vedere se i tre ragazzotti stessero sempre suonando e sorridendo tra loro, come a sottolineare la sfiga di esibirsi davanti a cinque persone (di cui tre sedute di schiena) senza però perdere un colpo, con professionalità, passione, magari in ossequio ad un generoso cachet. Nell'aprire e chiudere gli occhi a intermittenza avevo notato la cameriera portare via il bicchiere vuoto, poi tornare a vedere se per caso fossi vivo o in coma depassè, e poi finalmente con voce impostata, studiata, un po' gelida eppure arrapante fissarmi per qualche istante negli occhi, rivolgermi la parola, dedicarmi un minimo di attenzione e chiedermi con un certo trasporto:

Lei: "Et avec ça Monsieur?" (desidera qualcos'altro?)

Io: "uhm... scusmuà, ehm... no, mersì"

Lei: "Excusez-moi, est-ce-que vous etes Monsieur qui voulais citroner?" (mi scusi, ma è lei il signore che voleva limonare?)

Io. "..."

Lei: "..."

Io: "Uì". (arrossendo)

Lei: "Suivez moi" (mi segua)

E sebbene al bar fossimo in cinque (di cui uno ero io, l'altro il mio amico che ondeggiava il piede per non rischiare la premorienza, e gli altri tre tutti presi a parlare di cavalli motore, tipico esempio di squallore moderno), mi sono vergognato un pochino ad alzarmi e a rimanere un attimo fermo per ritrovare un minimo di solidità nella gambe provate dalla lunga giornata, dal cognac e dalle note suadenti del pianista-bambino, e oltretutto mettermi a seguire la cameriera dalla faccia altera e dal culo basso, di cui adesso fissavo la lunga chioma castano chiara che le scendeva a mezza schiena, tenuta insiene da un fiocco nero in tinta con la gonna, le scarpe e l'umore del baista che mi pareva abbastanza ingelosito. Io seguivo la cameriera che mi portava non so dove, secondo istruzioni datele da non so chi sulla mia richiesta di limonare nella terra delle limonate, di baciare alla francese una francese, apoteosi dei miei sogni di slinguatore semiprofessionista. In realtà il tragitto fu brevissimo. Mi condusse nella stanza accanto, bellissma e inquietante, il refettorio dei frati, un capolavoro del gotico. Uno spettacolo austero ma imponente, tanto da costringermi a guardare la perfezione delle volte e dedicare alla cameriera solo la coda dell'occhio, giusto per non perdere le tracce. Con gesto professionale e sicuramente studiato lei si fermò al centro esatto della stanza per guardarmi con un sorrisino un po' complice, esercizio di stile che le era evidentemente concesso solo a distanza di sicurezza dal barista cerbero.

La musica dei tre ragazzotti arrivava dalla sala accanto e sentivo distintamente il mio pianista preferito inoltrarsi in un altro assolo di cui solo io e lui potevamo capire il valore intrinseco. La colonna sonora era inadeguata al gotico ma adeguatissima alla scena, perchè io e la cameriera ci stavamo squadrando con molta discrezione, a un paio di metri di distanza, io con le mani in tasca e la cravatta in bella vista, lei in posa professionale da cameriera in attesa di non so bene cosa, visto che nel refettorio c'eravamo solo io e lei e, nonostante la straordinaria suggestione del luogo, lei guardava solo me, sebbene io non sostenessi lo sguardo e mi girassi a destra o a sinistra a contare finestroni, scranni, colonnine e rosoni. Avessi saputo dire una frase significativa in francese forse avrei dato un contributo a risolvere la situazione di stallo, ma mi venne solo un goffo:

Io: "Tre bò".

Lei: "ça vous plaise ici?" (Lei piace qui?)

Io: "... uì"

Lei: "Puis-je?" (Posso?)

Io avevo gli occhi chiusi, già immerso in una elucubrazione tutta mia, e non seppi rispondere a tono. Sarebbe bastato un "uì" bel detto, ma non mi venne da dire un cazzo. Stavo seguendo l'assolo in lontananza, guardavo le volte, contavo i rosoni a quattro petali, interpretavo simboli, e solo dopo qualche istante, vedendo la cameriera che sorrideva con una certa dose di tenerezza, dissi un "uì" senza nerbo, arrendendomi, sperando che la formalità si espletasse in fretta, che il barista non si accorgesse di niente, che il pianista incazzato per la mia defezione - cioè del 20 per cento del suo pubblico - la smettesse di suonare per andare a smanettare su Internet in cerca di figa e nuovi ingaggi. Cosa che sarebbe stata deleteria per il mio già scarsissimo spirito di iniziativa. Senza quella musica sarebbe calato un silenzio totale. Invece la musica mi regalava serenità. Non mi muovevo, come in attesa di qualcosa che comunque doveva accadere. Il mio "uì" di scarsa qualità era bastato a fare avvicinare di un passo la cameriera, e non so perchè io avevo richiuso gli occhi per un attimo perdendomi lo strepitoso passaggio della sua mano che mi sfiorava il collo e mi prendeva per la nuca, infilando le dita nei capelli con una dolce frizione che quasi non mi faceva accorgere che le sue labbra erano già sulle mie. Un secondo dopo stavamo limonando.

Lei: "Bien, ne le disez à personne" (Bene, non lo dica a nessuno)

Io: Savasandìr.

Lei: (sorriso)

Poi si schiarì la voce e si morse il labbro inferiore, come per riguadagnare un contegno che non aveva comunque perso. Sempre lei davanti e io dietro tornammo al bar, e io occupai i quindici metri della trasferta a guardarle i capelli chiari, il culo basso, i polpacci da mordere e le scarpe da cameriera. Il mio amico continuava a ondeggiare il piede per stimolare la concentrazione mentre io riguadagnavo la mia posizione sul divano, braccia lungo schienale e pube ostentato. Il mio amico cicciobomba suonava da dio e io chiusi gli occhi, frastornato da lui e dalla limonata nel refettorio. Cazzo, che goduria abbandonarsi a certi pensieri con una bella colonna sonora. Anzi, giurerei quasi di aver perso conoscenza per qualche secondo. Estasi.

Lui: "Oh, parla con te"

Io: (riaprendo gli occhi) "uh, escusmuà"

Lui: "Ti ha chiesto se prendi ancora qualcosa"

Io: (...)

Lei: "Et avec ça Monsieur?"

Buttato giù come viene viene daSettore4Cfila72posto35 | 02:29 |