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lunedì, settembre 12, 2005 IL CIELO SOPRA DUBLINO Alle nove e ventisei, quando esco dalla tualèt chimica quattro minuti prima della partenza (pisciata in zona Cesarini), mi sento la vescica sollevata e l'animo pregno di belle sensazioni. La mandria dei duemila ammalati è già stipata nelle transenne e attende lo sparo, io e il mio socio ridiamo e ci diamo un cinque sulla fiducia. Il giorno prima ho lavorato fino a tardi, ho mangiato alla cazzo, ho dormito niente - l'emozione, era la mia prima half marathon, a Dublino poi, se questa era Dublino - ma quando ho visto la mandria è cambiato il disco, mi sono sentito parte del tutto, podista tra i podisti, uguale agli altri, uguale uguale, perchè quando si corre non hai scritto "categoria Pippe" da nessuna parte, aspetti lo sparo e parti con gli altri, e poi pensi ad arrivare, prima o dopo è lo stesso, purchè vivo, con pari dignità. La partenza al rallentatore (la mandria ha i suoi tempi prima di sfilacciarsi) mi preserva dalle mie solite partenze sconsiderate. Per diciassette chilometri mi reincarno in Spiridione Louis, mi sento leggero e carico insieme, non ho mai un momento di affanno, non avverto nemmeno un dolorino di quinta categoria alle ginocchia, mi sento da dio, cazzo, come non mi è mai capitato correndo, e nella seconda metà del gruppo ci sto alla grande, al mio passo da pippa ma con grande baldanza. Faccio diciassette chilometri da lepre, perchè il mio socio, un tipo saggio, sa dosarsi meglio di me e non si rompe il cazzo a stare cinque metri dietro. Io ogni tanto mi giro, lo cerco, lo aspetto, mi affianco, gli do i tempi, cerco un cenno di intesa. Penso che al Festival di Venezia ha vinto un film che racconta di due cow-boy culattoni, e io e il mio socio ci cerchiamo come due culi in ansia, ma in realtà viviamo un'estasi interiore che prescinde da qualsiasi cosa, a parte le fighe che ci ronzano intorno e che eleggiamo come nostri fugaci punti di riferimento, riaffermando una virilità mai doma. Vivo un'ora e mezza da leone, lasciando andare le gambe e i pensieri. E proprio mentre avrei potuto giurare che a quell'andatura e con quella leggerezza si poteva continuare all'infinito, mi sono incriccato all'improvviso: mi parte un mezzo crampo alla coscia sinistra, rallento un pochino e mi sento d'un botto stanco, lento, pesante, distrutto. Il mio socio, un saggio amministratore di se stesso, non cambia di una virgola il suo passo e sfila alla mia sinistra, mentre io prendo una spugna e me la strizzo addosso in cerca di un barlume di lucidità. Al cartello dei 18 km. riprendo il mio passo, ma ai 19 è di nuovo buio pesto, mi fermo, vado al passo, un tizio con una bandierina gialla mi dice "dai che manca poco" e io gli sorrido con la faccia di uno che sta per svenire. A Dublino fa caldo e io sento che mi manca tutto: acqua, cibo, e anche una miss che mi coccoli sul palco mentre mi mette la corona d'alloro delle Pippe. Il cartello dei 20 km. non lo vedo neanche, la musica gira in cuffia ma non la sento, così come il panorama si è fatto d'improvviso piatto, nemmeno stessi correndo a Gallarate. Quando entro sulla dirittura finale, lo striscione gonfiabile giallo mi sembra lontano un anno luce. Corro per forza d'inerzia, mi affianca un contabile che mi fa "dai che è finita". Gli sorrido grato della sua fiducia e penso a Dorando Pietri, che non aveva neanche l'Mp3. Taglio il traguardo, pigio il bottone del cronometro e vedo nell'ordine: 1) il tempo di 1h 56' (10 minuti in meno del 2H 6' che avevo programmato come soglia della decenza e obiettivo minimo); 2) il mio socio che mi aspetta per un altro cinque, l'ennesimo della giornata (ce ne sarà uno anche al ristorante, quando calcoleremo che abbiamo corso a 5'30" di media, roba da masturbarsi davanti al cameriere). Non ho più un briciolo di forza: altri duecento metri e mi sarei ritirato, e forse avrei appeso le scarpe al chiodo per sempre. Ma per fortuna l'half marathon è di 21 km e 97 metri, non uno di più, e io sono arrivato vivo e sotto le due ore, non so se mi spiego. Per un quarto d'ora mangio e bevo compulsivamente, biscotti, pezzi di banana, bicchieri di integratore, non so quanti, dieci, quindici, boh. Quando riacquisto le facoltà intellettive, continuo a dare cinque al mio socio e a dire ossessivamente "che figata". Del resto era la mia prima half marathon e, ragazzi, ci sono stato dentro. Il mio socio era Doug e gli devo una giornata bellissima. Figata. Dammi cinque. Sotto le due ore. Ma chi siamo? Figata. Dammi cinque. Mi passi un Ringo?
Buttato giù come viene viene daSettore4Cfila72posto35
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