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domenica, agosto 14, 2005 VENTI Alla fine, mentre facevo stretching appoggiato a un paracarro tra l'indifferenza degli scarsi passanti e mi rallegravo con me stesso per essere arrivato vivo e vitale alla meta, cioè al luogo in cui avevo parcheggiato la macchina prima di imboccare una strada lunga dritta piana e poco trafficata, provavo a fare mente locale. 1) mi ero nutrito oggettivamente poco e male; 2) non avevo bevuto durante tutta la corsa; 3) ero uscito di casa che c'erano 20 gradi e improvvisamente la temperatura si era alzata a 25-26 con un'umidità da far paura; 4) mi faceva male il piede sinistro, un male subdolo, frutto di una storta fantasma presa al parco, dove dopo che è piovuto non spuntano i funghi ma le buche; 5) avevo corso solo su asfalto, io che non lo faccio quasi mai; 6) ero solo, senza punti di riferimento, neanche un prete per chiacchierar, du' balle. E mentre facevo mente locale e bevevo a quattro palmenti (no, quello è "mangiare". Vabbe', licenza poetica) non potevo fare a meno di notare che il cronometro si era fermato a 55. Un'ora e 55, per essere precisi. Ma era il 55 ad assumere la sua bella importanza. Venti chilometri in un'ora e 55: tutto questo dà un certo respiro alla mia impresa nella categoria pippe. E mentre strizzavo il cappellino e mi toglievo le cuffiette e mi stiravo i muscoletti da impiegato di concetto riciclato al podismo amatoriale, con la sola compagnia di un paracarro in granito, lasciavo che il dato oggettivo mi convincesse che l'obiettivo della mezza maratona è lì ad un passo, o forse è già virtualmente raggiunto. Manca un chilometro più 97 metri: una formalità, voglio dire. Ho scaricato il modulo dell'iscrizione e ora me lo tengo qui davanti: i venti chilometri li ho sverginati, adesso devo solo andare in posta e fare un fax.
Buttato giù come viene viene daSettore4Cfila72posto35
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