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giovedì, giugno 26, 2003 SILENZIO E' morto come Curi, nel torneo più inutile del mondo, che forse avrebbe vinto in finale. Finalmente una foto ricordo in cui sorridere con la maglia della tua vita. Finalmente una Coppa, avrebbe detto, dopo una vita in prestito - su campi nobilissimi ed europei, per carità, ma pur sempre di passaggio, pedalando il pedalabile - e dopo una serie di maledette sfighe. Doveva giocare i Mondiali nel '98 ma si spaccò una gamba. Sognava una stagione in grande spolvero nel 2000, ma si beccò la malaria. Quando in Coppa del Mondo ci arriva, nel 2002, è la sua nazionale che va maluccio, e giù il sipario dopo tre partite. Era uno di quei giocatori che fanno 68 presenze nel Camerun ma poi non ti ricordi il nome perchè sembrano tutti uguali, come avrebbe detto Carosio, e se non segnano ai Mondiali e non li vedi in trecento replay poi te li dimentichi in fretta, facce fiere e gambe poderose che vanno in archivio in un amen, come sgroppando sulla fascia. Chissà cos'aveva il cuore di Marc-Vivien Foè. Non gli è andata bene come a Kanu, no. Morire giocando è una beffa, più allegra di morire lavorando o in guerra ma più assurda di tante altre morti. Una morte sul campo, in tutti i sensi. Una morte con una maglia che ti metteranno sulla bara. Una morte con il leone sul petto. Una morte con le scarpe bullonate ancora sporche di fili d'erba. Una morte che la moglie faticherà a spiegare ai tre bambini. Una morte in diretta, denti bianchi su barella rossa e gente che corre e mani sui capelli e lacrime isteriche. Non merita la traduzione della didascalia Ansa. "Morto in tazza". Infilatevelo nel culo il traduttore. No, stasera non si ride. Buttato giù come viene viene daSettore4Cfila72posto35
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