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domenica, maggio 30, 2004 IL SORPASSO Tra una domenica e l'altra si era snodata una settimana un po' del cazzo, tra molti appuntamenti di lavoro e marchette-lampo in Francia: la tabella del novello maratoneta era andata clamorosamente a puttane. Così stamattina al parco mi sentivo come se avessi in testa il cappello con le orecchie d'asino. Ma, quel che più conta, mi sentivo una mappina, come direbbe Pino Daniele. Per questo mi ero portato non dico la droga, ma almeno un additivo naturale: la musica. Radiolina e cuffietta, con frequenti cambi di canale alla ricerca di qualcosa di decoroso. Urge un lettore Mp3. La musica mi ha fatto compagnia in questa corsa di pura sofferenza, dove già dopo un quarto d'ora mi sentivo soffocare. E mentre elubravo la tabella molto interista degli obiettivi minimi (almeno 15 minuti? No, dai, almeno 20, 25, possibilmente 30, ecco, almeno 30), accadeva una cosa molto particolare. Pur mantenendo la mia andatura blanda superavo baldanzosamente due jogger molto più giovani. E' la prima volta che mi capita e compensa quella volta in cui sono stato superato dal cassiere della Bnl, che visto in banca sembra un moribondo e visto al parco sembra Orlando Pizzolato. Superare i due ragazzotti mi ha improvvisamente messo le ali ai piedi. Arrancavo, ma arrancavo con una leggerezza di spirito che mi ha trascinato ai 25 minuti senza che nemmeno mi accorgessi. Arrivato in fondo al parco, ho girato le chiappe per intraprendere il viaggio di ritorno in preda allo sconforto. Gambe pesantissime e cronometro impietosamente fermo sui 26-27 minuti, segnale della crisi nera. Cerco di ricondurmi alla ragione: arrivo a 30 e mi fermo, oggi è così e basta. Il mio traning autogeno al contrario stimola la convinzione ad allontanare la morte per infarto e ad arrendersi ai limiti del fisico. Ai 32 minuti inizio a farmi domande sul senso della vita e sulla stupidità dei neoquarantenni. E inizio a chiedermi come ho fatto, otto giorni prima, a correre 41 minuti e non fermarmi se non per la fretta di tornare a casa. Ai 35 minuti, con la risaia a sinistra e il campo di mais a destra, mi sembra di essere sul rullo in palestra: corro ma sono fermo. Faccio un esame di coscienza: mi fermo? No, arranco, sembro un matto, trascino le gambe ma continuo. L'ombra del boschetto mi salva dalle allucinazioni, le famigliole addentano panini mentre io ondeggio e ballo un twist che sento solo io. Soffro con un cane, ma a questo punto con i 40 minuti a portata di mano non posso tirarmi indietro. Ai 42 minuti alzo le braccia ed esulto. Arrivo alla macchina che il cronometro segna 43, diobono, quei due minuti mancanti ai tre quarti d'ora sono un insulto all'atletica leggera. Tiro dritto, passo tra un gruppo di gitanti che mi compatisce. 44. Torno indietro, ripasso in mezzo al gruppo dei gitanti che si starà chiedendo se a Settore City siano tutti così pirla. Tocco il cofano a 45 minuti e mi sento felice. Alla frutta, ma felice.
Buttato giù come viene viene daSettore4Cfila72posto35
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